Perchè il nome

CampoCarlo deriva da due nomi composti: Campo, che vuol dire terra e Carlo che era il nome di battaglia di Gian Battista Lazagna (1923/2003), ex vice-comandante e commissario politico della VI zona divisione partigiana Pinan-Cichero composta in parte da garibaldini (comunisti) ed in parte da cattolici.

L'ispirazione progettuale dell'azione artistica che si identifica come CampoCarlo prende spunto dal pensiero e dalla realizzazione pratica di un'esperienza che un gruppo assai numeroso di "ribelli" ha realizzato in un anno e mezzo di resistenza sui monti che vanno da Chiavari a Bobbio fino a Novi e discendendo di nuovo fino Genova, immaginando e costruendo un territorio libero durante l'occupazione nazi-fascita. Dopo l'8 settembre i partigiani garantirono una regolare vita sociale dignitosa, pur con le ovvie limitazioni dovute al contesto della guerra, mantenendo attive le scuole, gli ospedali, le vie di comunicazioni principali all'interno della zona, garantendo così gli scambi commerciali e la libertà della gente che vi risiedeva.

Come può, dunque, questa azione storica ritrovarsi nelle idee che stiamo tentando di realizzare noi?

Perché, con le dovute differenze, crediamo che stiamo ancora vivendo un momento di occupazione, che non lascia libere le persone di agire secondo i propri bisogni e che, nella costrizione alla sottomissione di ogni individuo al sistema, ha portato luoghi come piccoli borghi di montagna ad essere abbandonati o città ad essere sempre più affollate e povere di umanità. Questo sistema si chiama capitalismo.
È con urgenza che qualcuno di noi sente il bisogno di combattere pacificamente questo male attraverso la pratica quotidiana delle vita in un piccolo villaggio
.

L'arte è la nostra risposta a questa violenza.

In questi anni di riflessioni, cominciate quando eravamo attori del Living Theatre nella casa di Rocchetta Ligure, in Val Borbera (AL), paese nel quale anche Carlo abitava alcuni di noi compresero che avremmo dovuto tentare un cambiamanto radicale nell'azione e nel pensiero
e l'arte ne sarebbe stato il linguaggio. In questo percorso Tom Walker è stata una figura pari a Carlo, specie nelle visioni che ci ha regalato attraverso i suoi quadri dipinti sulle cassette di cartone della frutta e delle sue sculture di pietre che avevano ormai occupato molti angoli del letto del fiume Borbera e intorno all'orto. Ci è stato poi vicino Ottavio e Alessandra e tutta la cooperativa delle valli unite parlando con loro dei problemi avuti, del fallimento del progetto della stalla sociale negli anni 70, gli anni di alpeggio di Ottavio, il vino della vigna del padre, la socialità che risiede oggi in cooperativa.

Quando a me e simona Carlo ha concesso, senza prezzo, di utilizzare la sua terra spiegandoci, il senso della condivisione della proprietà, seduti nell'orto ci parlava di fagiolane e di dove piantarle e ci spiegava di osservare attentamente il suolo, le sue pendenze per l'irrigazione, il sole come girava rispetto al campo. Da tutto questo narrare, abbiamo compreso dopo, che c'eravamo noi nelle parole di Carlo: la terra, che è la società in cui viviamo e da questa viviamo, le pendenze, delle nostre scelte quotidiane che indicano poi il flusso delle scelte politiche che alimentano dei luoghi piuttosto che altri, e l'acqua, ovvero noi, che con la nostra energia ed il nostro lavoro sosteniamo la vita di questo orto.
Abbiamo scoperto, da cittadini emigrati all'inverso, che la terra è bassa ed il lavoro dei campi è regolato dalle stagioni e non dai nostri bisogni di avere tutto e sempre, che una grandine ti può far esclamare: no!! L'agricoltura! Facendo ridere i compagni seduti alla stessa tavola. E capita che il tuo lavoro di un periodo è terminato senza frutti e che questo, avevamo compreso all'improvviso, era stato tutto il lavoro dei partigiani, delle generazioni del 68 e gli anni di piombo di cui non condividiamo la scelta armata ma l'ideale si, e di noi oggi nelle pratiche fallite di chi ha tentato e non vi è risuscito.
E tutto questo ricollegarsi a noi che lui richiamava sempre, perché diceva che la guerra delle bombe era finita nel 45 e che ne era cominciata subito un'altra in cui erano cambiate le armi che oggi abbiamo imparato ad usare contro noi stessi senza accorgercene.

Allora in tutto questo parlare in questo orto, con le sue idee che ritornavano a noi ogni volta che affondavamo la zappa nella terra per piantarci la vita, in quelle parole e da quelle zolle riaffioravano tutti i sette anni di confino che G.B. aveva passato con il suo trattore e la moglie Aurora proprio su quel Campo (Carlo nel Campo) nel momento in cui la politica lo eliminò perché troppo pericoloso per il sistema.
E lui si sedette sul bordo della roggia a pensare al suo passato, guardando l'acqua andare nella direzione che lui aveva tracciato, aspettando due giovani, che non furono i suoi figli o i suoi nipoti, che ascoltassero e volessero tentare su queste memorie date, una nuova resistenza attiva in montagna.
Io e simona , insieme a molti altri, stiamo tentando questo, e vorremmo con amore che altri si unissero a liberare liberandosi, mai scappando altrove.

                 fausto


info@campocarlo.it

 

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